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lunedì 23 gennaio 2012 - ore 10:26



(categoria: " Vita Quotidiana ")


allora c’era ’sto pizzaiolo originario di roma ma trapiantato nel mio paesello della minchia che secondo me faceva una pizza da apoteosi (parlo di lui come se fosse morto perché in effetti è morto l’anno scorso (malato di diabete ma se ne fotteva) tra le lagrime mie e di tutti quelli che l’avevano eletto re della pizza (e anche lui tra una bestemmia e l’altra amava farsi chiamare così)):
massa NON sottile dal sapore superbo, pizza molto condita, locale tipo bettola, un cameriere dalla battuta facile e un po’ cagacazzo con maglia della salute mille patacche, pochi coperti, tovaglie a scacchi anni ’70, piastrelle verde pino silvestre, prezzi bassi ma casuali, no scontrini/fatture, rutto libero.
a parte noi clienti abituali, gli avventori si dividevano equamente tra gli ignari che inorridivano una volta realizzato dove erano piombati e i fighetti dei borghi limitrofi, gonfalonieri della "pizza come cristo comanda", che tramite passaparola erano venuti a conoscenza del re della pizza e si facevano la trasferta per mettere alla prova le capacità del nostro eroe.
Una sera mi ritrovo non so come a tavola con uno dei suddetti che ordina una margherita con (“mi raccomando”, aggiunge lui) mozzarella di bufala, il cameriere segna senza battere ciglio, cosa alquanto strana dato che ai nuovi arrivati non lesina mai trattamenti molto scorretti e fastidiosi.
Il tempo di fare le pizze e (avvenimento eccezionale) si presenta al tavolo per la consegna, annunciato dalla sua panza infarinata e bisunta e il suo accento romano, il re della pizza in persona

Rdp: è un piacere servire di persona il signore che ha ordinato margherita con mozzarella di bufala, attendo qui un suo parere

il fighetto impugna coltello e forchetta, taglia un bel pezzo, se lo porta alla bocca e mastica lentamente, noncurante della dozzina di occhi che lo stanno inchiodando alla sedia del capotavola

fighetto: è una pizza eccellente, si sente che lei sa come si fa una margherita con mozzarella di bufala!
Rdp: allora sei stronzo, questa è una margherita normale, dammi qua che adesso ti faccio al volo una vera margherita con la bufala

Risatina di circostanza del fighetto
Ritorna dopo cinque minuti il re della pizza con la margherita fumante, stessa scena di prima

fighetto: ah è vero, non ci piove! questa non ha niente a che fare con l’altra, la differenza è lampante!
Rdp: allora sei stronzo due volte, pure questa è una margherita normale, ahr! ahr! ahr!

Lo ricordo ancora mentre se ne va con quella sua risata grezza, grattandosi con le mani infarinate le chiappe del culo.

Si chiamava Monaco, era il re della pizza

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mercoledì 18 gennaio 2012 - ore 15:41



(categoria: " Vita Quotidiana ")


una rapida premessa: non ho palle di cercarmi il codice ascii per la grafia turca esatta ma si dovrebbe capire tutto comunque. le cose smaccatamente turistiche le tralascio che c’è già la lonely planet per questo. segnalo in maniera sommaria le cose secondo me imperdibili:


bazzicare il venerdì mattina nella zona dell’ippodromo per vedere le famiglie che si affrettano ad entrare nella moschea blu, i gruppi che seguono il rito del venerdì su distese di tappeti sulle aiuole del parco, la gente venuta da fuori con negli occhi lo sgomento per la sua prima visita alla grande città.

la moschea blu, perlappunto

la visita alla cisterna. chiedete di yerebatan. non osate andare via da istanbul senza aver visto yerebatan

la tomba (che poi in realtà è un cenotafio) di alessandro magno al museo archeologico

santa sofia, avere 1500 anni e non dimostrarli

una passeggiata nel quartiere di cukurcuma, quartiere degli antiquari, a lato della istlikal caddesi, zona taksim

passare una giornata senza una meta precisa nel lato asiatico della città

il prepuzio del profeta al topkapi



da evitare

lo spettacolo dei dervisci dentro la ex stazione di partenza dell’orient express

le crociere turistiche sul bosforo; c’è un ottimo servizio pubblico che fa la stessa cosa e anche meglio

i centri commerciali nella zona di taksim: sono uguali ai nostri con qualche zingarella in più a rovistare nelle vostre tasche



comprare

andate al gran bazar (Kapali carsi) ma non comprate nulla; è la solita trappola per turisti ma l’esperienza merita davvero, anche per mettere alla prova il vostro orientamento. sedetevi in un caffè, mettetevi comodi, ordinate da bere, magari un ayran (yogurt salato e speziato) e gustatevi lo spettacolo della gente che passa. appena fuori dal bazar, in direzione università c’è una via dove si concentrano i venditori di roba taroccata, nike, ralph lauren, lacoste, etc etc. io credevo fosse da pirla comprare una polo taroccata ma poi, un paio di anni fa, ho conosciuto un tizio che lavorava in una fabbrica tessile il quale mi ha spiegato che lui dalle 8 alle 18 produceva per mr. lacoste e dalle 18 alle 22.00 produceva per sé stesso, d’accordo con il capofabbrica, utilizzando gli stessi materiali. fate le vostre valutazioni
scendendo la collina del bazar al bosforo transiterete nella mia zona preferita di tutta la città. si tratta di un enorme mercato all’aperto, un intero gigantesco quartiere commerciale riservato alla clientela locale; qui affluiscono ogni giorno per fare acquisti decine di migliaia di persone provenienti anche da lontano. se siete mattinieri potreste veder arrivare i pullman alla vicina otogar (autostazione); alcuni di essi hanno viaggiato tutta la notte per essere a istanbul la mattina presto. la caratteristica più interessante di questa zona è la suddivisione per zone commerciali ben distinte. ci sono le vie dove si vende solo abbigliamento, le vie dove si vendono solo casalinghi, etc. etc. c’è anche una via molto interessante dove si vendono solo armi, dal manganello al fucile mitragliatore. in questa zona, prima del 2001 si poteva tranquillamente acquistare una granata da un ambulante senza alcuna formalità. adesso le cose sono cambiate e per vendervi un kalashnikov vi chiedono addirittura il passaporto. la zona è piena di ambulanti che vendono cose tecnologiche tipo ipod e telefonini: diffidate assolutamente. nota di colore del quartiere sono i facchini: il dedalo di viuzze che compone il quartiere è sostanzialmente inaccessibile ai mezzi meccanici per cui le merci vengono spostate a spalla da individui poco raccomandabili che indossano un basto ricavato da brandelli di tappeto cuciti assieme a scampoli di cuoio. in genere si muovono in gruppi rumorosi ma rigidamente inquadrati e controllati da un capo che li conduce dove sono richiesti. occhio che questa zona non è disneyland e richiede un po’ più di attenzione delle zone turistiche; occhi aperti, datevi da fare per confondervi con la folla e non avrete problemi.
alla base della collina si trova il mercato egiziano noto anche come mercato delle spezie. anche qui c’è l’invasione dei turisti e l’offerta commerciale ne ha tratto le conseguenze. si può comprare comunque con una certa tranquillità. la parte esterna del mercato è la più pittoresca perché vi si vendono animali di ogni tipo, dalla capra alla sanguisuga.

per voi giovinastri sarà di sicuro interesse la zona che circonda la stazione di arrivo della teleferica di galata; nelle viuzze circostanti troverete un sacco di negozi di strumenti musicali e di liutai. il prezzo dei prodotti in negozio, almeno nel campo che seguo di più (chitarre), non mi sembra da strapparsi i capelli mentre dai liutai credo si facciano buoni affari. un amico batterista mi assicura che ci sono dei piatti di fabbricazione turca che costano la metà che in italia.

mangiare

a istanbul si mangia bene più o meno dappertutto. in certi posti è meglio avere lo stomaco allenato ma in genere nel menù si trova sempre qualcosa di compatibile con il conformismo di uno stomaco occidentale.
in turchia mangiano dappertutto e ad ogni ora del giorno, ci sono un sacco di ambulanti che vendono cibi per strada ma il più delle volte è sconsigliabile per le condizioni igieniche un po’ così. in una delle mie prime visite a istanbul ho mangiato kokorec (interiora di capretto e peperoncino) da un ambulante e la sera stessa mi sono cagato alcuni tratti, per fortuna non vitali, dell’intestino.

zona galata-taksim: molto probabilmente ci arriverete con la teleferica. proprio di fronte alla stazione si trova il cicek pasaj, dove servono principalmente pesce. cucina un po’ pretenziosa ma di livello alto e prezzo conseguente. il migliore per me è il konak, lungo la istitklal caddesi. ristorante di livello medio-alto, ottimo servizio, cucina tipica turca con una nota di merito per le carni cotte alla brace in una cucina a vista.
risalendo la istiklal caddesi, poco prima del liceo galata, sulla sinistra c’è una stradina parallela piena di locali interessanti e molto affollati, ultimamente molto turisticizzati. per il resto tutta la passeggiata lungo la istiklal offre molti fast food da evitare. consiglio invece la visita a uno dei caffè pasticceria per un sahlep (bevanda a base di latte e farina ricavata dal tubero dell’orchidea da cui si ottiene la vaniglia) e una porzione di profiterol. c’è una pasticceria in particolare, sul lato destro dove il dolce di bignè panna e cicoccolato lo producono da oltre 100 anni. il nome ora mi sfugge, una cosa tipo le bon (non simon, froci) ma è famosissima, basta chiedere.

i famosi locali sul ponte di galata: se volete un consiglio, scordatevi di mangiare qua. i vostri amici che hanno visitato istanbul in tempi lontani vi avranno sicuramente parlato di quelle deliziose bettole sotto il ponte in cui si mangiava banissimo a prezzi ottimi. beh, quel ponte ha preso fuoco e con lui se ne sono andate anche quelle bettole. oggi sotto al ponte ci sono localini pseudo chic per giovani fighetti, qualche ristorante di pasce un po’ pretenzioso e null’altro di cui valga la pena parlare.

sultanahmet: è il cuore della vecchia istanbul, il centro storico. è la zona più frequentata dai turisti e l’offerta dei locali si è adeguata. i locali meritevoli si trovano lungo la divan yolu caddesi, l’arteria che collega la zona topkapi/santa sofia/moschea blu alla zona del gran bazar. ce ne sono molti specializzati nelle kofte, sorta di polpettine speziate che sono la vera specialità del quartiere. lungo questa strada si trovano anche dei locali così smaccatamente turistici (ma con quel tocco di ruspante levantino) che vale la pena visitarli solo come esperienza antropologica. ce n’è uno sul lato della strada che da verso il corno d’oro dove puoi mangiare merda surgelata vestito da sultano mentre una sorta di entreneuse abbigliata da danzatrice del ventre ti spalma le tette sulla faccia. il locale non ha nome ma è inconfondibile.

per una buona mangiata di pesce consiglio di prendere uno dei traghetti che partono da eminonu e percorrono il bosforo, scendere all’ultima fermata e fiondarsi in una delle trattorie del villaggio.


per finire alcuni fattoidi

in turchia vige una sorta di malcelato lassismo sulle prescrizioni mediche il che tradotto significa che in farmacia vi venderanno di tutto, dal viagra alle anfetamine. tutti i farmaci costano meno quindi se non vivete senza vivin c potete farvene una scorta

le donne di istanbul, nella mia pur modesta esperinza, non sono tanto diverse da quelle a cui siamo abituati qui da noi. anzi, per chi arriva a istanbul da un piccolo paese o da una realtà di provincia, gli sembrerà di stare in un luogo di perdizione. l’unica cosa da segnalare è che alla villica piace il corteggiamento un po’ più melodrammatico rispetto alle donne italiane, oramai rotte ad ogni esperienza. occhio comunque al turco, sempre pronto a difendere il patrimonio locale.

se siete in vena di stranezze percorrete il ponte di galata in direzione taksim, alla fine del ponte girate a sinistra, fate 300 metri e vi troverete nel luogo al mondo con la più alta concentrazione di negozi di ferramenta e di attrezzi. dal mio ultimo viaggio ho portato come souvenir un avvitatore della bosch pagato esattamente la metà che all’obi.

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lunedì 16 gennaio 2012 - ore 10:21



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Nel 1901 Émile Zola pronunciò la famosa frase: «Secondo me non si può dire di aver veramente visto una cosa finché non la si è fotografata». Oggi circola una battuta analoga: «Se la cosa non è stata pubblicata su Facebook, non è avvenuta». Chi utilizza Facebook, ha molti «amici» sul social network e vi accede parecchie volte al giorno, tende a percepire il mondo inmodo diverso. Siamo sempre più attenti all’impressione che darà di noi una foto su Facebook, all’aggiornamento del nostro profilo o a collegarci.

Mentre scrivo questo articolo in un caffè americano, posso accedere a Foursquare — il social network che permette di condividere la propria posizione geografica —, riportare su Twitter una battuta spiritosa sentita al tavolo accanto e scattare un’interessante fotografia della perfetta schiuma che aleggia sulla superficie del mio cappuccino. È facile: con il mio telefono posso fare in pochi minuti tutto questo e molto altro. E, soprattutto, le mie iniziative avranno un pubblico. Centinaia delle persone a cui sono più vicino le vedranno e qualcuno risponderà con commenti e con un «mi piace».

Mi sono abituato così a vedere il mondo in termini di quello che posso pubblicare (o non pubblicare) in Internet. Ho imparato a vivere e a presentare una vita che possa piacere. Molti hanno criticato Facebook perché trasforma la bellezza non quantificabile dell’esperienza umana in qualcosa che si possa inserire in un database, o perché abusa di quel database per procurarsi profitti favolosi. Sono critiche valide, ma la mia preoccupazione è che il vero potere dei social media sia quello di insinuarsi dentro di noi, cambiando il modo in cui la nostra coscienza percepisce il mondo, anche quando siamo disconnessi.

La fotografia di cui parlava Zola è stata inventata circa 150 anni fa e le nuove possibilità che ha aperto hanno fatto scalpore ovunque: potevamo documentare in modo nuovo noi stessi e il nostro mondo conmaggior dettaglio e in forma assai più duratura. Oggi i social media forniscono anch’essi un sistema nuovo, di ambito più largamente sociale, di documentare noi stessi, la vita e ilmondo. Mai prima d’ora era stato possibile registrare e mostrare a tutti i nostri amici un flusso di foto, pensieri e opinioni con questa intensità e facilità. Il potere di trasformazione dei social media è sicuramente di portata e significato simile all’invenzione della fotografia.

Il fotografo sa bene che dopo aver fatto molti scatti acquista un «occhio fotografico»: si comincia a vedere la realtà attraverso un mirino, a ragionare con la logica della macchina fotografica, in termini di inquadratura, luce, profondità di campo, messa a fuoco, movimento e così via. Anche senza avere la macchina a portata dimano, il mondo si trasforma in un potenziale set fotografico.

Oggi c’è il pericolo di acquisire un «occhio da Facebook»: il nostro cervello è sempre alla ricerca delle occasioni in cui il volatile momento dell’esperienza vissuta possa essere meglio tradotto in un post su Facebook, in un messaggio che possa attrarre il maggior numero di commenti e di gradimenti. Facebook fissa sempre il presente come un passato futuro. Con questo voglio dire che gli utenti dei social media sono sempre consapevoli che il presente è qualcosa che si può pubblicare online e che sarà consumato da altri. Siamo così presi dal pubblicare la nostra vita su Facebook da dimenticarci di viverla nel presente?

Pensate a una volta in cui avete fatto un viaggio con una macchina fotografica in mano e poi a un’altra in cui non l’avevate. L’esperienza è leggermente diversa. Abbiamo un rapporto diverso con la realtà quando non dobbiamo curarci di documentarla.

Oggi i social media ci mettono nella condizione di essere sempre in viaggio con la macchina fotografica in mano (metaforicamente e spesso letteralmente), di essere sempre in grado di documentare. Ultimamente, assistendo a spettacoli di musica dal vivo, ho notato che sempre più spesso la gente si distrae dallo spettacolo perché vuole scattare foto e riprendere video da mettere su Facebook e su YouTube. Quando la scorsa settimana ho preparato una colazione particolarmente appetitosa, ho messo la foto su Facebook ancor prima di assaggiarla. «L’occhio da Facebook» in azione.

Susan Sontag ha scritto che «tutto esiste per finire in una fotografia»; oggi potremmo dire che, sempre più, la maggior parte di quel che facciamo esiste per finire su Facebook. Il cane dell’esperienza vissuta viene fatto scodinzolare dalla coda Facebook.

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venerdì 2 aprile 2010 - ore 01:18



(categoria: " Vita Quotidiana ")


La gente si giudica dagli amici che si sceglie.
QUESTI SONO I MIEI AMICI:


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mercoledì 30 dicembre 2009 - ore 23:50



(categoria: " Vita Quotidiana ")


dice wikipedia: [Santo] Stefano (... – Gerusalemme, 36) è stato il primo dei sette diaconi scelti dagli apostoli perché li aiutassero nel ministero della fede. Era ebreo di nascita. Venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa, è il protomartire cristiano, cioè il primo ad aver dato la vita per testimoniare la propria fede in Cristo e per la diffusione del Vangelo. Il racconto del suo martirio ci viene dagli Atti degli Apostoli dove appare evidente sia la sua chiamata al servizio dei discepoli che il suo martirio, avvenuto per lapidazione, alla presenza di Paolo di Tarso (Saulo) prima della conversione.

non me ne frega niente di Stefano. non sapevo neanche chi fosse nè cosa volesse. mi sono servito di lui come mi servo della mitologia cristiana per introdurre i pensieri di stamattina. mi sveglio e penso a lei, donna malefica.

non è una ragazza, è una donna, intesa come genere sessuale opposto all’uomo. il fatto che ne parli in questi termini rivela l’ossessione che mi porto dentro. da una parte lei, rossa conturbante, e dall’altra io, a guardarla come si guarda Salomè o una novella Teodora: attrice, prostituta, imperatrice.

fino a quando non la vedo sto bene, mi convinco di stare bene. poi la scorgo tra la solite facce, e cado nel Muspilli. parliamo un po’, lei ha quel solito sorriso a metà tra il suadente e lo schernitore. quegli occhi verdi tra la pelle incorniciata da rossi capelli. che figa, pensi mentre le parli. no, l’espressione non è quella corretta, non è figa: è solo carina. ha pure un po’ il culo largo. ma non te ne frega niente.

chissà se vede la mia voglia di tenerle il pene sulla bocca, su quella carne chiara da mordere. non è timida nel raccontarmi le sue vicende amorose. non sono invidioso. non è vero.

alla festa c’è anche un tuo buon amico. potrebbe limitarsi alle altre ragazze che ci sono, e invece decide di provarci con lei. tu guardi. gli romperesti un bicchiere in faccia e te la porteresti via. già prima hai tentato di convincerla ad andare ma lei voleva restare. parte l’ira profonda. allora capisci che non ce l’hai nè con lei nè con lui, ma solo con te. la prendi con filosofia, vedi come le cose evolvono, non vuoi entrare in competizione. forse è proprio questo il problema, non vuoi neanche pensare di doverti misurare con qualcun altro per averla. non è necessario, non la vedi neanche più come una ragazza: diventa un feticcio, un involucro sensuale dal cuore incorporeo. la dea puttana del piacere.

lui è più sbronzo di te. regge meno l’alcool e questo lo rende un rompicoglioni. gli sbirri se ne sono appena andati, qualcuno ha fatto più casino del dovuto. per questo motivo la barista vi caccia, tu ti incazzi con lui perché non capisce di doversi dare una regolata. lui ti ascolta e capisce. odi chi non sa bere. ma sai anche che in te parla l’invidia; se lei fosse tua il mondo terrebbe un’orbita diversa e lui potrebbe fare tutto il bordello che vuole. allora gli offri da bere, provi un piacere strano a nutrire la serpe in seno. lui ha finito i soldi e ti ringrazia con grandi pacche sulla schiena, ’sei un grande, ragazzo ti stimo’ dice. la gente che da sbronza non riesce a trattenersi non la sopporto. sia quelli così espansivi sia quelli più tranquilli. poi pensi che non è vero neanche questo: è lei che cambia il segno a tutto.

stamattina mi sveglio di merda. quando mi sveglio di merda ho spesso dei pensieri fissi che mi nuotano in testa. sento ancora l’alcool che mi scorre dentro, lentamente il sangue lo diluisce. mi tornano in mente le parole di Hesse nel Demian: We stood before it and began to freeze inside from the exertion. We questioned the painting, berated it, made love to it, prayed to it: We called it mother, called it whore and slut, called it our beloved, called it Abraxas....

ecco, lei è Abraxas: madre, puttana e amata. la dea del postribolo.

ma sei cosciente che sia da infanti rendere troia la donna che ti piace solo perché non puoi averla. che pensiero da borghese, misurato su quel senso della rispettabilità che tanto odi.non hai la forza di aprire il balcone, la luce ti terrorizza. oggi non riuscirai ad affrontare il mondo. hai pure finito le sigarette. fatemi una flebo di alcool e laudano. Non pensare.




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giovedì 12 novembre 2009 - ore 00:17



(categoria: " Vita Quotidiana ")


L’acquisto compulsivo e il poco tempo libero soprattutto fanno in modo che la mia casa sia piena di libri non ancora letti o letti a metà. Ho buone ragioni di pensare che alcuni di voi, , si trovino nella stessa situazione, e quindi vorrei un elenco dei libri in sospeso, nella speranza che altri fedeli lettori di sto blog mi dicano se vale la pena leggerli o, al limite, se posso regalarli ai banbini poveri.
Comincio io.
In bagno ho: “Solea”, di Izzo. Lo leggo a spizzichi e bocconi. Val la pena arrivare fino alla fine?
In camera da letto ho:
“Post mortem”, di Caraco (lo finirò a prescindere, ho solo bisogno, appunto, di tempo);
“Dalla parte di Swann”, di Proust (avrei voluto finire tutta la Recherche prima del compimento dei trent’anni, e invece mi sà che sticazzi);
“Storia notturna. Un decifrazione del sabba”, di Ginzburg;
“Cyclonopedia”, di Negarestani (ancora lui!);
“Storia della fotografia pornografica”, di Gilardi.
In sala da pranzo ho:
“Foto di gruppo con signora”, di Böll.




(Mi sono appena accorto che non leggo un libro dall’inizio alla fine da troppo, troppo tempo. Peste mi colga.)




si la n è voluta.

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martedì 6 ottobre 2009 - ore 22:48



(categoria: " Vita Quotidiana ")


E’ passato quasi un mese da quando ho smesso di fumare e trovo che sia il momento giusto per raccontare la mia esperienza finora, nel tentativo di dissuadervi dal seguire le mie orme. Per dirla con GG Allin , "Porcatroia maledetta cagna mi sono di nuovo cagato addosso". Che non c’entra un cazzo, ma che ci volete fare - GG era fatto come un diplodoco da mattina a sera, mica ci si può aspettare che dicesse cose intelligenti.

Come dicevo, sono stato più o meno un mese senza sigarette, e mi sembra un ottimo momento per iniziare a tirare delle somme: partiamo dagli effetti benefici che sto traendo dall’esperienza.

...

Ecco. E ora passiamo invece ai lati negativi - segnatamente, dal primo e più importante: se riprendessi a fumare adesso mi sentirei ANCORA più coglione, visto che il sapore delle sigarette, già venti giorni fa, era diventato del tutto privi dell’attrattiva che aveva prima. Quindi, per ricominciare a fumare avrei bisogno di impegnarmi seriamente, come quando avevo 15 anni, che è una roba fottutamente imbarazzante, no?
Fin qui, uno si può anche dire "dio bufalo d’acqua mi si è infilato il microfono nel culo", se è GG Allin, oppure "ok, non fumare è un po’ l’obiettivo dello smettere di fumare" - e avrebbe anche ragione, almeno nel 50% dei casi. Purtroppo, però, il problema è che mi è passata la soddisfazione causata dal fumo, ma non l’insoddisfazione causata dal non fumare. Per spiegarmi meglio, è come se Silvio si facesse curare l’impotenza da una dottoressa figonissima d’assalto, che gli piglia l’uccello in bocca e se lo massaggia e se lo passa tra le tette e struscia sulla vulva eccetera - il tutto finché rimane floscio. Appena si rizza, si riveste e se ne va.
Ecco, è una roba del genere, ma con meno cazzi e vulve di mezzo.

Fin qui, comunque, è una cosa che si supera, noh? Cioè, basta non pensarci, oppure pensarci e superarla - e alla fine ti fai una ragione del fatto che, avendo smesso di fumare, una cosa che prima ti dava piacere adesso non te ne dà più.
Quello di cui sto invece faticando un casino a farmi una ragione è invece il deliberato e sistematico inganno che portano avanti gli altri ex-fumatori, inganno che chiamerò "Gli Abiti Nuovi di GG Allin". In questa breve fiaba, ci sono dei tuoi amici che ti dicono "Ehi, stasera vieni a vedere un concerto di un nostro amico!" e tu dici sì e poi ti ritrovi a venire gonfiato di mazzate da uno psicopatico coperto di merda che cerca anche di farsi fare un pompino mentre ti prende a calci in faccia.
Fuori di metafora, succede che quando uno smette di fumare, deve evidentemente giustificare a sé stesso il fatto che si è appena privato di una cosa che per qualche ragione sta trovando piacevole. Guardiamoci in faccia: al di là delle ovvietà ("Eh, così risparmio una bella centoventi al mese!" e "Adesso non mi puzzano più di fumo l’alito e i vestiti"), non c’è nessuna ricompensa immediata ed evidente per l’astinenza dal fumo, e quindi i bastardi ex-fumatori partono con le stronzate. Stronzate che qui passo a sbugiardare come fossero dichiarazioni di Tremonti:
1) "Adesso dormo come un bambino!"
Verissimo: nelle prime due settimane anche io ho dormito come un bambino - cioè svegliandomi ogni ora e mezza e mettendomi a gridare.
2) "Sento di nuovo gli odori!"
A parte il fatto che non è particolarmente vero, uno dovrebbe anche fare una semplice riflessione: vivi forse in un orto botanico pieno di meravigliose fragranze e sdilinquevoli aromi? O vivi invece in una città piena di auto puzzolenti e mezzi pubblici pieni di emuli di GG Allin (senza il fascino del panc ròc)? Sei davvero certo di voler sentire di nuovo gli odori?
3) "Mangio di nuovo con appetito!"
Non so come funzioni negli altri, ma a me si sono sballati tutti i segnali standard della fame, quindi mangio a caso - troppo, evidentemente, dato che ho preso un bel chiletto e mezzo in un mese. Ma non abbastanza, visto che se non mangio ai momenti previsto non sento fame e avvisaglie varie, passo direttamente al dolore lancinante al petto da reflusso esofageo. E quindi mangio qualunque cosa mi trovi a portata di mano, gatti inclusi.
4) "Non ho più la tossettina tutte le mattine!"
Sacrosanto: nemmeno io. In compenso non cago neanche più da due settimane, dopo aver passato gli ultimi venticinque anni a essere una fottuta macchina programmata per cagare ogni mattina alla stessa ora (i.e. subito dopo la sigarettina). Ah, e ho avuto un raffreddore stile influenza suina per una settimana.

E poi boh, in questo momento sono troppo rincoglionito e confuso e incapace di concentrarmi PERCHE’ NON FUMO PIU’. E quindi la mollo qui (come diceva GG), ricordandovi solo di non smettere di fumare - è facile, ma non ne vale davvero la pena).

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lunedì 28 settembre 2009 - ore 23:35


Amami
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Usciamo dalla casa paterna, dove avremmo dovuto essere ben nutriti di amore, generalmente deprivati. Chi molto, chi meno, chi tantissimo. Ogni bambino ha bisogno di un particolare cibo, quasi quanto delle cure materiali, cibo fatto di amore e conferme su cui cresce quel sentimento base di fiducia che permette di sentirsi esistere in questo mondo. Ma accade che, spesso o a volte, manchi, per questo sentimento - base, il nutrimento fondamentale che lo avrebbe dovuto alimentare.
Oltre a iniziare a mettere i germi della rabbia e della contrapposizione, che si manifesteranno probabilmente nella adolescenza, col sano bisogno di conoscersi diverso dai genitori, l’essere umano soffre pure di una grande solitudine in amore: è come se col suo cuore puro e innocente, vivesse il naturale bisogno di amare le persone più vicine a lui, i genitori, con grande trasporto, ma non potesse condividerlo con loro, o non pienamente, poiché essi, travolti da svariati problemi, non sono di solito in grado di colmare e riempire gradualmente la necessità del nutrimento primario affettivo.
E’ come se egli sperimentasse presto questo primo modo di amare, totalmente rivolto all’altro che per contro non si cura, o non sempre e adeguatamente, di lui. E’ un amore che parte da un soggetto, che ne è privo dentro di sè, verso un altro soggetto e genera una sensazione di perdita di amore, di perdita di sè, e appunto di solitudine.
Nell’amore fra adulti il terreno dove è più possibile rivivere questa esperienza e dove si riapre questa ferita è il rapporto sentimentale, passionale. O dove è più acuta.
Se infatti l’adulto non è riuscito a compensare la sua originaria, più o meno grave, deprivazione, o neppure ne è consapevole (grazie a un percorso di conoscenza interiore), non può sentire prima di tutto l’amore che circola dentro di sè, amore-energia-vita, che proviene dal cosmo e lo attraversa; non può sentire che comunque Dio lo ama, e ricordando che ognuno è il Dio di se stesso,che quindi lui stesso può amarsi e riconoscersi degno di stare al mondo e di avere il proprio spazio; si innesca invece il meccanismo di percezione di vuoto dentro e di amore che fuoriesce da sè per convergere del tutto sull’altro, nella dimenticanza di sè e amando nell’amato tutto ciò che della propria costellazione interiore, che ignora, proietta sull’altro.
[innamoramento]. Egli cerca l’amore per sè nell’amore per l’altro [passione] ignorando che solo dalla pienezza può sgorgare un amore libero.
Altrimenti resta la contabilità: se l’altro non ricambia in modo proporzionato si genera appunto solitudine e senso di abbandono; si resta totalmente dipendenti dalla disponibilità d’amore e dalla modalità con cui l’altro ama.
L’Amore deve invece - per sua definizione - essere libero, e in tale necessità sono riconoscibili come veri bisogni esiziali dell’adulto solo quello di amare (e non di essere amato) e quello di essere libero.
Quindi, da un punto di vista strettamente esistenziale, nessun rapporto per l’adulto è fondamentale ed esclusivo, perché, se esso è già amato dal Dio che è in tutti noi, non gli resta altro che redistribuire tutta questa ricchezza.
Succede spesso che l’amore per l’amato possa svelarsi , per la sua natura fortemente emotiva, e quindi corporea, la diretta conseguenza dell’amore per i genitori o per il genitore prescelto, dunque una forma di "rimedio" alle carenze di quel rapporto, nel tentativo di prendere dall’altro o a lui offrendole, tutte quelle gratificazioni che ci sono mancate allora.
La perdita di sè si verifica perché manca nel bambino la "riserva aurea", il patrimonio da cui attingere e attraverso cui passare prima di andare verso l’altro; nell’adulto questo passaggio è stato saltato, poiché il "gruzzolo" è stato troppo magro, la somiglianza con l’amore primario è grande, la speranza di essere risarciti di ciò di cui siamo stati privati è altrettanto grande.
Ma se si impara ad amare in modo più disinteressato, si vorrà il reale bene dell’altro, vedendolo possibilmente per quello che è, si potrà preservare la propria interezza e si saprà condividere tutto quello che è possibile condividere, che potrebbe non essere il "tutto".
Ciò non toglie che ci sia la passione, a cui ci si concede, sapendoci ormai anche giocare e districandovisi con eleganza. Non toglie che ci siano i bisogni, che possono essere vissuti come strumenti e possibilità di dialogo e riconoscimento reciproco.
Ho provato sulla mia pelle la gratuità dell’amore, il piacere di amare fine a se stesso, come nell’amicizia, ma più intenso, là dove l’atto stesso di amare, paga già da sè ed è di grande profondità.
In definitiva il desiderio di accoppiarsi stabilmente non risulta corrispondere a una esigenza fondamentale, pensando anche a quanto questo archetipo (della coppia) sia appesantito da retaggi culturali impressi ormai nel nostro DNA che hanno a che fare col femminile e col maschile… Nella realtà ,quando la coppia c’è, è possibile viverla contemporaneamente al percorso di individuazione e parallelamente alla inesauribile ricerca di liberazione di sé. Processo questo che, come si sa, è interminabile e non può che essere compiuto sulla propria pelle, vivendo nella carne il dolore fecondante delle varie" delusioni".
Dolore, nostro grande strumento di conoscenza, insostituibile e sacro sentire, se è espresso, al punto che mi è possibile amarne la bellezza. Momento essenziale della vita, in cui (ma non solo?) si può toccare con le dita il confine fra la morte e la vita, e quindi restituire a quest’ultima verità e assoluto. Eterno.
Solo nel contatto col suo contrario. Ma per questa purezza e splendore mancano proprio le parole. Mi sorprende a volte scoprire come ogni conquista in questo viaggio di conoscenza di me, e quindi di "noi" sia più appagante che la gratificazione personale nelle varie vicende in cui siamo coinvolti; quasi come se il fine ultimo potesse essere la conoscenza umana stessa, più che non il privato benessere. Benessere e conoscenza che non avranno mai fine in una dimensione evolutiva, del divenire, e che trovano pace nell’essere, nella cosiddetta "presenza", nella benedizione del qui e ora.


si ama la persona o la capacità che ha di far venir fuori il meglio di noi stessi?

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sabato 29 agosto 2009 - ore 18:32



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il tratto in ascensore è la parte peggiore. Un lato è specchiato, cosicché per evitare di incrociare il suo sguardo sei costretto a dirigere il tuo sull’altra parete, piena di pulsanti e luci. Leggi la targhetta, con un interesse palesemente fittizio (ormai la conosci a memoria).
Sono solo due piani, ma sembrano un’infinità. Avverti la sua presenza accanto, ma sembra non curarsi di dove posa gli occhi, orgogliosa com’è. Si sente al di sopra di tutto e di tutti. Tu, intanto, guardi i numeri scorrere sul display, rossi, e temi il momento in cui comparirà il numero del tuo piano. Il rumore dell’ascensore ti fa compagnia, ma sai che finirà.
Con quella donna che ti rimane immobile accanto salirai ed entrerai in casa, ci dormirai nello stesso letto ma non ordinerai mai il suo stesso dolce al ristorante. Probabilmente vi piaceranno gli stessi film, ma riderete a battute diverse. Tu farai finta che ti piacciano gli stessi complementi d’arredo che piacciono a lei, lei farà finta che le piacciano le stesse automobili che piacciono a te. Quasi sicuramente sarete d’accordo su quali siano i migliori locali da frequentare, quasi mai sul giorno in cui andarci. Irrimediabilmente, non sarete mai soddisfatti sull’importanza che l’altro darà a questioni che voi ritenete essenziali. Del resto è stato così per anni, e sarà sempre così. Quando una persona è fiera di sbagliare, è impossibile evitare che ti faccia male.
Si può vivere ugualmente, sperando in tempi migliori. Prendendo quel che c’è di buono, e cercando di dimenticare le voragini che nemmeno i secoli e il lavoro della vanga potranno riempire. Basta chiudere gli occhi, prendere la rincorsa e saltare; se sarai fortunato, quando aprirai gli occhi sarai già dall’altra parte. Vivere sott’acqua, sognando il momento in cui potrai riaffiorare e prendere una bella boccata d’aria. Chissà come sarà caldo il sole, quel giorno.
L’ascensore arriva al piano e tu non vedi l’ora di addormentarti. Si può vivere in apnea? Non credo.

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giovedì 11 giugno 2009 - ore 23:42



(categoria: " Vita Quotidiana ")


L’estate quell’anno si faceva attendere.
Io e Cristina, su due pianeti differenti camminavamo tenendoci per mano.
C’era una distanza incolmabile fra i nostri percorsi di ragionamento, Cristina amava chiamarle le rette parallele: terribilmente simili ma destinate e non incontrarsi mai.
Lo diceva con la grazia discreta che solo le donne di una volta.
Cristina era la cesta di vimini in cui riporre le proprie domeniche assolate.
Facevamo lunghe passeggiate, lei amava stringersi al mio braccio e cantare a mezza voce.
Quando una donna diventa consapevole del suo fascino lentamente si trasforma in qualcosa di non desiderabile.
Cristina non respirava la nostra stessa aria, sembrava fatta di sole: luminosa e calda, un arcobaleno danzante.
Le giornate scorrevano veloci tra orizzonti da seguire con le dita e la voce pulita di Cristina che cantava piano appoggiata al mio braccio.
Ci piaceva prendere la macchina e imboccare grandi strade per andare al mare.
Ascoltavamo la radio ed io m’inebriavo del puro entusiasmo che scaturiva dai suoi gesti.
Sembrava facesse tutto per la prima volta, anche il più piccolo movimento era pieno di gioia.
Un giorno percorrendo la strada per il mare mi sentii quasi svenire stringendole la mano posata sulla mia, la felicità ha modi strani di manifestarsi, alle volte ti coglie in contropiede lasciandoti senza fiato.
Dissi a Cristina che ci saremmo fermati alla prima stazione di servizio, avevo bisogno di rinfrescarmi, lei annuì sorridendo.
Parcheggiammo all’ombra, Cristina leggiadra corse dentro a comprare delle bibite e del caffé.
Mi sciacquai il viso e mi accucciai contro un muro respirando l’aria tiepida a pieni polmoni.
D’improvviso mi fu tutto chiaro: non mi sarebbe bastata tutta una vita per amare Cristina, fu per questo che mi sedetti in macchina, avviai il motore e fischiettando la lasciai all’Autogrill.


A quanto pare piaccio alla gente perchè sono ben educato anche se qualche volta sono in ritardo. Mangiare il gelato è la mia grande passione e mi piace portare un bel paio di pantaloni sportivi. Un bel giorno un dottore mi informerà che ho un quoziente intellettivo pari a 48 e quindi sono quello che si definisce un ritardato mentale.




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contatto msn: ilreverendissimo@hotmail.com Se posso, non faccio un cazzo. Vivo nel mio mondo casa e amici e ho serie difficoltà a rapportarmi con il prossimo. La massa mi fa un po’ paura, ma non certo per snobismo: solo perché sono troppe persone tutte insieme. Odio il traffico, certi tipi di persone, imbottigliarmi per due ore in un ipermercato... odio un sacco di cose, insomma, ma alla fine sono un buono. Sono lunatico, a volte antipatico, altre volte poco educato, non faccio buon viso a cattivo gioco, sono volgare, distratto, immodesto, spesse volte bastardo, quando parlo con qualcuno in linea di massima lo prendo per il culo, mi ubriaco almeno due volte a settimana, se posso una canna me la faccio, quando i testimoni di geova suonano alla porta alla mattina li mando affanculo (vabbé, questo lo fanno tutti, tranne i testimoni di geova stessi), sono disordinato, immaturo, infantile, puerile, disincantato, disadattato, ho sempre l’espressione disgustata,faccio il grosso perchè sono voluminosamente superiore alla media, piscio fuori dal water (vabbé, questo lo fanno tutti i maschi, credo...) e non abbasso la tavoletta del cesso (e anche questo lo fanno tutti i maschi...) e se finisce il rotolo della cartigienica non lo cambio e aspetto che lo faccia qualcun altro. Se nessuno ne ha preso uno nuovo e me ne accorgo prima di sedermi sul cesso ne prendo uno nuovo io, ma lo lascio dove capita e certo non lo metto nel portarotolo. Se invece non me ne accorgo in tempo e mi devo pulire con Novella 2000 bestemmio peggio di un camallo. Odio le cose serie e non faccio nulla che non abbia anche un aspetto divertente. Il mio senso dell’umorismo volteggia tra il disgustoso e il macabro, e in linea di massima lo uso quando non dovrei usarlo. Non amo litigare e cerco di non farlo mai, ma se mi intrippo a bisticciare da una cazzatina riesco a farne venire fuori una discussione di ore. Ho anche degli hobby.Leggo, ogni tanto scrivo, colleziono fumetti e armi giocattolo (ahah, armi giocattolo alla tua età?, ahah... Sì, armi giocattolo. E vaffanculo.).
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