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mercoledì 22 aprile 2015 - ore 16:13


Giudicare
(categoria: " Riflessioni ")


Inevitabilmente ogni volta che si vede o si sente qualcosa che non si sincronizza con il proprio gusto si tende, letteralmente o metaforicamente, a storcere il naso. Spesso qualcuno decide di dirlo a parole, altri di metterlo nero su bianco sui social. Io, personalmente, bandita da anni ogni forma di critica verbale ancora non riesco a evitare che il mio viso faccia trapelare quello che penso. Personalmente trovo che sia di pessimo gusto giudicare gli altri e trovo che sia maleducato esprimere il propio giudizio negativo quando questo non è richiesto o non è necessario.
Mi capita spesso, in ogni ambiente, di trovare persone che si mettono in cattedra sputando sentenze sugli altri e questo mi lascia davvero interdetta. Perché sentiamo il desiderio di denigrare gli altri? Come mai siamo sempre propensi e attirati da questo tipo di comunicazione? Nel mio caso mi chiedo come sia possibile che in tanti anni di esercizio ancora mi risulti impossibile controllare le mie smorfie. Sembra quasi che criticare chi non ci piace sia un modo che usiamo per legittimare noi stessi. Sono uscita per anni con un gruppo di persone che in assenza di alcuni componenti del sestetto di cui facevo parte non perdevano l’occasione di additare con fare contrariato il carattere, l’aspetto o le scelte di vita degli assenti. Nonostante ciò, puntualmente, ogni mercoledì ed ogni sabato ci si ritrovava a bere lo spritz assieme sebbene non si gradisse la presenza gli uni degli altri. Siamo davvero così soli da preferire la compagnia di chi non ci piace pur di non rimanere una sera in più dentro le mura di casa? Sono tutte domande che mi portano ad una sola risposta: vogliamo legittimare la nostra esistenza e vogliamo sentirci migliori degli altri ma soprattutto è meglio avere un qualsiasi gruppo sociale piuttosto che non averlo affatto poiché la mancanza di quest’ultimo ci esporrebbe alle critiche di chi giudica (ossia di chiunque). Ognuno di noi etichetta gli altri come "la gente". In un mondo in cui siamo tutti simili comunque ci si ritrova a guardare il prossimo come diverso, meschino, opportunista o chissà che altro. Com’è possibile che ognuno veda sé stesso come "il buono" e gli altri come "la gente" se tutti ci sentiamo di agire sempre in modo corretto? Sono arrivata alla conclusione che probabilmente nessuno si rende conto di come appare agli altri. Io ad esempio credo di restituire un’immagine di me piuttosto pacifica ed arrendevole invece mi viene spesso fatto notare che ho atteggiamenti saccenti e che sembro una donna piuttosto fiera e sicura di sé. Io, che da dieci anni mi impongo di tenere la bocca chiusa e di ascoltare sempre e comunque l’opinione altrui, nonostante tutto il mio autocontrollo, continuo a sembrare una capetta saccente e dispotica. Allora qual è la soluzione? Serve un cambiamento di fondo, che sia radicale, in ognuno di noi. Dobbiamo smetterla con i giudizi non solo quando li esterniamo ma dobbiamo smetterla di giudicare anche nel privato dei nostri pensieri. Per migliorare i rapporti sociali dovremmo abolire il binomio "io" e "la gente" ed imparare che siamo veramente tutti uguali. Solo quando sapremo accettare che non possiamo piacere a tutti e che non tutti possono piacerci riusciremo veramente a trovare un equilibrio nei nostri rapporti sociali. Non sono gli altri che ci legittimano. Siamo noi che dobbiamo legittimare noi stessi. Se lo imparassimo tutti penso che molte cose andrebbero meglio. Per il momento è di certo un’ottima soluzione quella di contare fino a dieci e poi tenere la bocca chiusa.

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